autore: Cescocom
Estratto dall’articolo di Roberta Paltrinieri, pubblicato in Picais, “Pratiche culturali e reti di consumo. Luoghi plurali e nuove forme di partecipazione”, n.2, 2011.
La crisi attuale del sistema capitalistico costringe a ripensare teoricamente ed empiricamente modelli di sviluppo sostenibili economicamente, ecologicamente, socialmente e culturalmente.
“Capitalismo responsabile” è solo una delle definizioni possibili per forme cooperativistiche che, mixando pubblico e privato, si contrappongono allo scenario iperliberista degli ultimi decenni.
Si tratta, in pratica, di attivare “circoli virtuosi della responsabilità” che vedano coinvolti contemporaneamente reti di soggetti privati, pubblici e del privato sociale che, cooperando tra loro, possano gestire ambiti di intervento progettuale in risposta alle sfide della società globale.
Ma si tratta, anche, di una nuova cultura della responsabilità che diviene centrale nel dibattito e nella riflessione sul concetto di felicità, o well being, intesa non più nei termini dell’avere ma dell’essere, dell’empatia e della reciprocità. Una nuova cultura che diventa anche l’orizzonte possibile nelle riflessioni sui quei nuovi modelli di sviluppo economico e sociale che ritengono riduttivo tener conto dei soli parametri economici al fine di misurare il benessere e la qualità della vita.
A partire da tali considerazioni si può dire muovano anche le nuove forme di consumerismo che, pur appartenenti ad una nicchia, palesano la “crisi di governabilità” delle democrazie occidentali e lo scollamento crescente da forme di partecipazione tradizionali.
Allo slogan “un acquisto un voto”, corrispondono, infatti, nuove tensioni morali sconosciute sia al soggetto economico, capace razionalmente di massimizzare l’utilità, sia al soggetto in preda alle emozioni ed alle sensazioni consumistiche, entrambi cioè orientati agli elementi più strettamente individuali della propria vita psichica come unico orientamento valoriale.
Il nuovo soggetto consumerista, quindi, si fa portavoce ed incarnazione di quel modello di “individualismo altruistico” individuato da Ulrich Beck, il quale, negando il sillogismo tra individualismo ed egocentrismo, postula un individualismo cooperativo, che contempli, quindi reciprocità e mutuo riconoscimento.
A partire da tale paradigma, ha senso tematizzare l’affermazione di una economia della responsabilità sociale dove consumatori, imprese ed istituzioni siano in grado di attivare percorsi di cittadinanza attiva.
La responsabilità sociale è, infatti, il frutto di processi di “reciproca responsabilità”, intesa come responsabilità individuale di ognuno indirizzata al raggiungimento del bene comune, in base alle proprie competenze nonché ai propri limiti.
I circoli virtuosi della solidarietà, quindi, potrebbero essere pensati come comunità d’opinione in grado di far fronte alla crescente richiesta di senso e in grado di mediare dall’alto verso il basso, dalle istituzioni ai singoli e dal basso verso l’alto, dalla società civile verso le istituzioni.
Ripensare infatti il bilanciamento dei rapporti di potere e agli equilibri tra i pilastri del sistema economico permette di sviluppare le potenzialità di azione degli individui dal basso e dunque lasciare spazio alle loro scelte.
E proprio sotto questo aspetto assume un ruolo strategico e decisivo la sostenibilità culturale nei termini di “culturability”, cioè di implementazione della conoscenza condivisa e della consapevolezza e dell’assunzione di responsabilità resa possibile dalla società globale.

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