Primo incontro per la definizione di una proposta di legge sull’economia circolare

21 feb 2017
autore: Ces.Co.Com

Economia-circolare

Si è tenuto ieri a Milano, presso la sede del consorzio Valmau (Valorizzazione Materiali Ancora Utilizzabili), il primo incontro-confronto a porte chiuse voluto ed organizzato da Phoresta Onlus e che ha visto la partecipazione di numerosi esperti ed operatori del settore, tra i quali Stefano Spillare, incaricato dal direttore scientifico del Ces.Co.Com, Prof.ssa Roberta Paltrinieri.
I partecipanti si sono confrontati quindi sulle principali questioni economiche, sociali e politico-amministrative riguardanti la possibilità di una transizione verso un’economia circolare. L’obiettivo ultimo di questi incontri è la stesura dei principali punti programmatici per una proposta di legge nazionale sull’economia circolare.
Le presentazioni e il dibattito sono stati video registrati e a breve saranno disponibili sul sito del Ces.Co.Com. Nel frattempo offriamo una breve sintesi di ciò che è emerso sottolineando il contributo specifico offerto dal nostro centro di studi.

A partire dalla presentazione del “padrone di casa” dott. Roberto Galeazzi, Presidente Valmau, è stata posta enfasi sulle numerose contraddizioni che caratterizzano il settore della raccolta e riciclo dei “rifiuti”, termine quest’ultimo non consono secondo Galeazzi. Il Presidente di Valmau, infatti, ha sottolineato come, a fronte di una crescente scarsità delle materie prime, quello che oggi chiamiamo rifiuto diventerà sempre di più “risorsa”. Tanto che “le prossime miniere estrattive saranno quelle che oggi chiamiamo discariche”.
A fronte di tale valore, appare assurdo che ancora oggi i contribuenti paghino (più volte lungo la filiera) lo smaltimento di risorse preziose: “è come se andassimo a portare un anello in oro da compro-oro e questi ci chiedesse dieci euro per ritirarlo” evidenzia sarcastico Galeazzi. Eppure il sistema oggi presenta caratteristiche di questo tipo.
Rendere conveniente per i cittadini lo smaltimento dei prodotti non più utilizzati (ma ri-utilizzabili) deve rappresentare l’asse portante di un sistema di riciclo e ri-valorizzazione delle risorse che sta alla base del ciclo chiuso di un’economia che voglia ambire ad essere il più possibile “circolare”.

Il dott. Marco Soverini, commercialista e Presidente dell’Osservatorio sulla Sostenibilità Ambientale fondato dall’Ordine dei Dottori Commercialisti in collaborazione con Aster, ha invece sottolineato la necessità di fornire le imprese di solidi strumenti di valutazione del proprio impatto ambientale, implementando tanto la raccolta e l’elaborazione di dati puntuali e aggregati in merito, quanto l’adozione da parte delle aziende stesse di report integrati (già oggi disponibili e chiaramente definiti), capaci di render conto non solamente degli aspetti contabili ma, anzi, di contabilizzare gli aspetti sociali e ambientali. Un’operazione di questo tipo contribuisce non solo alla trasparenza verso stakeholder e shareholder dell’impresa, ma contribuisce soprattutto all’adozione da parte del management dell’impresa stessa di un “pensiero integrato”, capace di tener conto costantemente di tutti gli aspetti in gioco, verso una piena “cittadinanza d’impresa”.

A Soverini ha fatto eco il dott. Carlo Manicardi, commercialista e Presidente di Phoresta Onlus, rimarcando la possibilità/necessità di iniziare a considerare gli ecosistemi naturali non solo come stakeholder delle imprese ma veri e propri soggetti giuridici essi stessi, rendendoli a pieno titolo shareholder cui vengano corrisposti dividendi destinati alla loro tutela e rigenerazione.

Il dott. Roberto Sinibaldi, condirettore e responsabile settore Aree protette e sostenibilità della rivista Gazzetta Ambiente, ha ribadito, su quest’ultimo tema, il concetto di “servizi ecosistemici”, ovvero il fatto che anche gli ecosistemi, come tutti gli altri fornitori dell’impresa, offrono specifici servizi all’azienda (acqua, aria, materie prime, ecc.) e per questi servizi devono essere “riconpensati”. In altre parole, dobbiamo iniziare a non dare più per scontato ciò che l’ecosistema ci offre, contabilizzandolo a tutti gli effetti (in termini monetari) all’interno dei processi di creazione del valore dell’impresa e della società nel suo insieme.

Carmine Guanci, responsabile della cooperativa sociale “Vesti solidale” ha evidenziato, dal canto suo, le potenzialità d’impresa insite nel recupero, rigenerazione e commercializzazione di merci usate altrimenti destinate al macero o comunque a rifiuto (nella fattispecie abiti). Il tema della fiscalità diventa qui centrale perché il valore sociale e ambientale del recupero di queste merci non viene riconosciuto dallo Stato. L’Iva, ad esempio, viene pagata due volte: la prima volta per la vendita del capo nuovo, la seconda per la vendita del capo usato. Una cosa semplice ed efficace per aiutare queste lodevoli iniziative sarebbe quindi la soppressione dell’Iva per l’usato o comunque altre forme di agevolazione fiscale.

Infine, il dott. Stefano Spillare, del Ces.Co.Com., ha provocatoriamente evidenziato come l’obiettivo di una piena economia circolare (una “economia ad impatto zero”) non debba diventare il pretesto per non agire (o agire marginalmente) sugli aspetti culturali ed educativi, ovvero sui presupposti storico-culturali dell’attuale modello di sviluppo incentrato sul dogma della crescita economica e sulla cultura del consumo (un rischio che attanaglia, ad esempio, il paradigma imperante della green economy).
Serve infatti un ripensamento profondo e radicale, una “decolonizzazione dell’immaginario” che passi dall’educazione e che interessi, quindi, le diverse agenzie di socializzazione. La regia pubblica rimane in questo fondamentale. In primis, infatti, bisogna agire sui programmi dell’istituzione scolastica. Un ritorno alla centralità dell’educazione civica sarebbe, ad esempio, uno sforzo auspicabile. Serve un’educazione atta a socializzare il futuro cittadino ai sui diritti costituzionali e ai suoi doveri civici, ivi compresa una rinnovata “cittadinanza ecologica”, atta a formare non solo una generica sensibilità ambientale, bensì a creare una “intima appartenenza” rispetto all’economia ecologica.
Si tratta di definire i contorni di quella che dovrebbe essere innanzitutto una “economia domestica ecologica“, capace di informare il cittadino in merito al comportamento “pratico” da tenere rispetto ad un sistema socio-economico orientato alla sostenibilità.
Anche il sistema dei media e dell’informazione ha la sua responsabilità. Esso dovrebbe essere chiamato ad una maggiore tutela dei minori, precocemente socializzati ad una cultura del consumo. Inoltre, potrebbero essere previsti contributi per una maggiore e più efficace copertura dell’informazione di tipo ambientale e di servizio ecologico, tale da favorire una maggiore consapevolezza nei cittadini, capace di trasformarsi in conseguenti azioni di consumo.
Il potere dei cittadini-consumatori è, infatti, notevolmente aumentato. Tuttavia, la loro azione appare ancora troppo spesso scoordinato, a volte caotica, in preda agli allarmismi del momento. Una maggiore consapevolezza, linearità e pervasività dell’informazione può favorire invece azioni coordinate nell’ambito del consumo, con conseguenze positive sulle policy delle imprese (anche multinazionali) e sull’azione collaborativa dei cittadini-consumatori.
Infatti, sempre più spesso i cittadini-consumatori si organizzano “dal basso” in forme associative anche di natura economica, capaci, anche in collaborazione con i produttori, di elaborare modelli socio-economici alternativi rivolti ad uno sviluppo locale più sostenibile.
Queste forme organizzative di economia sociale e solidale andrebbero quindi sostenute e incentivate attraverso strumenti giuridico-amministrativi adeguati, ma anche attraverso strutture di “consulenza” che potrebbero essere in capo alle associazioni dei consumatori, le quali potrebbero diventare (anche) centri di promozione di azioni socio-economiche collettive e locali.
Inoltre, la cosiddetta Sharing economy può rappresentare un’opportunità eccezionale, ma c’è bisogno di valutare ed eventualmente sostenere quelle progettualità di utilità sociale che non fondano l’azione degli utenti su di una utilità reciproca immediata, bensì su concetti più ampi di bene comune.
Infine, l’economia del consumo, dell’usa e getta e della sostituzione, dovrebbe essere disincentivata a favore di una economia del recupero e dei servizi di assistenza e riparazione, i quali dovrebbero tornare ad essere più convenienti della mera sostituzione.


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