Urban farming, moda o modello di sviluppo urbano?

1 Apr 2015
autore: Stefano Spillare

arte_ambientale
La lettura contemporanea (o meglio consecutiva) di due articoletti molto diversi ma correlati dal medesimo tema, ovvero agricoltura e città, mi hanno sollecitato alcune considerazioni che vorrei condividere.
Il primo di questi articoli è a firma di Fabrizio Bottini, che nel suo blog “Città conquistatrice”, sulla testata online Today, critica “L’idiotismo dell’agricoltura urbana globalizzata” identificato, più o meno a ragione, nelle iniziative legate all’imminente evento Expo 2015, il cui tema principe è, come oramai sanno tutti, “nutrire il pianeta”.

Nel suo sfogo Fabrizio Bottini si unisce alle accuse di Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, il quale evidenzia l’incongruenza, l’ossimoro quasi, di un evento dedicato all’ambiente e all’agricoltura che, per esistere coi suoi padiglioni e le sue strutture, finisce per distruggere proprio ciò che celebra.
Tirando in ballo l’italica saggezza andreottiana per cui “a pensare male si fa peccato ma il più delle volte ci si azzecca!” il Bottini rigetta le giustificazioni degli organizzatori, secondo i quali bisogna pur preparare strutture d’accoglienza per le migliaia di visitatori che, sensibilizzati così ai problemi agroambientali mondiali e ad una più corretta alimentazione compenseranno ampiamente il danno provocato dai padiglioni di Expo al suolo agricolo milanese.

Quello che vuole denunciare Bottini, infatti, è il fatto che tutto l’apparato organizzativo e la concomitante dirompente passione nazionale per il verde e l’agricoltura in città, si riducono molto spesso a sorta di eventi promozionali, fattoidi imbastiti per far parlare di questo o quel personaggio, di questa o quella organizzazione, dietro i quali rimane poco che possa fare veramente la differenza.
L’esempio calzante è quello del progetto di “arte ambientale” dell’americana Agnes Denes, irrisa da Bottini con le parole di Mogol-Battisti “che ne sai tu di un campo di grano“. Lo stesso termine “arte ambientale” potrebbe rappresentare benissimo questa passione per l’accenno senza sostanza che rischia di impregnare Expo: non azione e cambiamento, ma esprit, spunto, riflessione, estetica… “arte” per l’appunto (e punto).

cina_urban_farming

Ma veniamo all’altro articolo di cui parlavo all’inizio. Si tratta di un pezzo apparso su architetturasostenibile.it un portale che tratta, chiaramente, temi correlati all’urbanistica sostenibile. L’argomento era, anche in questo caso, l’agricoltura urbana (o Urban farming all’inglese) correlata ai mutamenti globali, in particolare nella Cina stravolta dal galoppante sviluppo economico.
In un contesto di sviluppo urbanistico intensissimo, faceva specie vedere immagini dove ortaggi, verdure e orti arati solcati da fiumiciattoli si susseguivano, quasi senza soluzione di continuità, tra palazzoni enormi e gru ancora al lavoro.
In tale contesto il termine “agricoltura urbana” non suscitava nessun afflato artistico, non era né un richiamo né un fattoide, bensì una viva e percepibile esigenza di un contesto sociale che evolveva troppo velocemente dal rurale all’urbano e nel quale le persone, si capisce benissimo, ancora “ne sanno di campi di grano”.
L’habitus, ovvero l’insieme delle predisposizioni culturali e sociali apprese che determinano atteggiamenti, gusti e azioni, è ancora fortemente rurale, anche se trapiantato quasi a forza nei contesti urbani. Probabilmente, vista la pianificazione governativa tipica cinese, si tratta anche di pratiche fortemente incentivate dalle pubbliche amministrazioni che tentano di gestire il maremoto connesso ad uno sviluppo economico e urbano così repentino.

Noi non siamo in queste condizioni. Il nostro boom urbanistico è oramai avvenuto tempo addietro (anche se continua ad avanzare fuori dalle città) e la tensione a ripopolare lo spazio urbano di orti e coltivazioni si scontra con un habitus urbano un po’ meno avvezzo alla terra e a quel tipo di lavoro.
Da noi l’orto urbano è poco più che un hobby, un facilitatore di socialità e, nella migliore delle ipotesi una palestra di apprendimento. Bene comunque, ovviamente, ma è ancora qualcosa di molto lontano da una necessità impellente, da un modello (sempre più) necessario di considerare lo sviluppo urbano.
Paradossalmente, la Cina, con la sua tarda seppur esplosiva urbanizzazione, potrebbe essere addirittura avantaggiata nell’impostare un modello urbanistico capace di conciliare urbano e rurale.


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