L’Italia del biologico: un punto di vista sociale su di un fenomeno agricolo solo in parte

26 May 2015
autore: Stefano Spillare


Esce proprio in questi giorni l’ultima “fatica” editoriale del nostro centro di ricerca. Si tratta del testo “L’Italia del biologico. Un fenomeno sociale dal campo alla città“, edito da Edizioni Ambiente, a firma della Prof.ssa Roberta Paltrinieri, responsabile scientifico del Cescocom, e del sottoscritto.
L’idea di un testo sul fenomeno delle produzioni e del consumo di prodotti biologici nel nostro Paese (e non solo) è nato dall’esigenza, a nostro avviso sempre più sentita, di fornire un quadro teorico ed empirico all’analisi di un fenomeno complesso che, come cerca di evidenziare il sottotitolo, non è possibile limitare alla dimensione agricola. Si tratta di un fenomeno sociale tout court, che dal campo si allarga, appunto, alla città, intesa non solo quale dimensione prevalente del consumo in contrapposizione alla dimensione produttiva della campagna, bensì come “spazio urbano”, ovvero come spazio antropomorfizzato e funzionalmente organizzato per le esigenze della vita umana in società. In tal senso, lo spazio urbano non va inteso entro i rigidi confini geografico-amministrativi della città, ma tende piuttosto ad essere ridefinito nei termini generali del rapporto tra l’uomo e la natura. Un rapporto sempre più sbilanciato a favore delle esigenze umane e sempre meno attento ai necessari equilibri ambientali.
All’interno di questo difficile rapporto, il cibo sembra essere uno dei pochi elementi ancora capaci di conciliare le due dimensioni, in quanto manifestazione stessa del nostro metabolismo necessario con la natura, mentre l’agricoltura biologica si sviluppa proprio quale modello emblematico di tale conciliazione: quale modello alternativo di intendere il rapporto stesso dell’uomo con la natura, quindi con il cibo che mangiamo.

Il cibo, infatti, è senza dubbio uno dei principali ambiti vitali sempre più minacciati dal respiro lungo e pesante della modernizzazione tecnico-industriale globalizzata. Per questo motivo, l’agricoltura biologica – rappresentando il paradigma cultural-pratico che forse più di ogni altro incarna un approccio alternativo e sostenibile alla terra e al cibo – si sta affermando come un comparto produttivo di crescente interesse, sostenuto dalle istituzioni e dalla domanda dei consumatori.
Le cifre lo confermano. I numeri e le statistiche del fenomeno mostrano un comparto in ottima salute, con tassi di crescita a doppia cifra, decisamente in controtendenza rispetto all’andamento più generale del comparto agroalimentare, e che, anzi, potrebbe sempre più concretamente porsi come modello di sostenibilità per l’intera agricoltura di domani.

Come abbiamo esplicitato nel libro:

il consumatore di alimenti biologici non ricerca semplicemente una maggiore sicurezza all’interno di un modello produttivo tradizionale, bensì cerca, attraverso la consapevole scelta dei prodotti da agricoltura biologica, un modello produttivo alternativo, capace di generare alla fonte, cioè nelle modalità stesse di coltivazione, produzione e lavorazione, quella necessaria fiducia che, evidentemente, si ritiene non possa più essere generata all’interno dell’attuale modello produttivo.

Lanciata però verso il mercato mainstream, l’agricoltura biologica potrebbe tuttavia dover rinunciare ad una certa “purezza”, quella dell’originario movimento per il biologico e, forse, definitivamente a certi valori, mettendo sul piatto della bilancia la possibilità concreta di estendere i benefici del suo modello al maggior numero di persone possibile.

La crescita e le potenzialità in termini tanto economici quanto etico-ambientali dell’agricoltura biologica, infatti, sembrano determinare una sorta di duplice convergenza: se da un lato, sotto la spinta delle politiche pubbliche l’intera agricoltura sembra tendere tutta a diventare “più biologica”, dall’altro lato l’agricoltura biologica mostra una tendenza a ricalcare modelli produttivi e logiche commerciali di tipo convenzionale.
A partire da questi aspetti, diversi autori hanno iniziato da tempo a parlare di “convenzionalizzazione” del biologico, non più espressione di un modo alternativo di produrre, ma specchio dei medesimi interessi e valori del sistema agroalimentare industriale.

Per questo, nel testo abbiamo cercato di ripercorrere lo sviluppo dell’agricoltura biologica quale movimento cultural-pratico sorto in risposta ad una modernizzazione unidirezonale dell’agricoltura e attraverso una analisi critica dei cambiamenti sociali che hanno interessato i modelli produttivi e i consumi alimentari recenti, ci siamo prefissi l’obiettivo di fornire delle risposte quanto più possibili esaurienti a domande come: quali sono i motivi del repentino successo del biologico? Quali sono i principali drivers che ne guidano la domanda? Ma soprattutto, quali sono i risvolti ambientali e sociali dell’affermazione dell’agricoltura biologica su larga scala? Come si inserisce all’interno dei modelli produttivi e di consumo correnti e in che senso può concorrere a modificarli? In sintesi, verso quale direzione sta andando il biologico oggi in Italia (e non solo)?

Cercando si rispondere a queste e altre domande, abbiamo quindi proposto una lettura evolutiva del fenomeno che tende ad allargare il concetto stesso di agricoltura biologica, chiamando in causa ritrovate dinamiche relazionali capaci di riproporre sempre e di nuovo il tema della “responsabilità sociale”, tema d’altronde insito nel movimento per il biologico fin dai suoi primi vagiti.
Ecco allora che, là dove il punto di partenza è il biologico e i suoi valori, fenomeni come i Farmer’s Markets e il Kmzero, gli orti urbani, i Gruppi di acquisto solidale, la valorizzazione dei prodotti tipici e il turismo rurale, possono rappresentare modelli per un nuovo rapporto tra attività economiche, società e ambiente.

Infatti, come abbiamo sottolineato,

Attraverso la conoscenza e il rapporto diretto con i produttori viene eliminata la mediazione della grande distribuzione, la quale necessita meccanismi di costruzione della fiducia molto complessi, fondati sulla comunicazione e sul valore simbolico del marchio, comunque sempre piuttosto labili e necessariamente spersonalizzati.
Attraverso il rapporto diretto con i produttori, invece, il consumatore può recuperata la dimensione della fiducia personale, basata sulla possibilità di individuare chiaramente e univocamente le responsabilità, chiamando in causa il produttore con il suo nome e la sua faccia.

Per concludere, con questo libro abbiamo soprattutto voluto inserirci in un dibattito aperto e importante, perché potenzialmente gravido di conseguenze anche molto positive per l’agricoltura, l’ambiente, la salute e il benessere di tutti noi. Se saremo riusciti a fornire anche solo un piccolo contributo in tal senso, allora potremmo ritenerci già molto soddisfatti.


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