Cosa significa “essere prosumer nella società digitale”?

14 Oct 2015
autore: Stefano Spillare

Essere prosumer nella società digitale. produzione e consumo tra atomi e bit” (Franco Angeli 2015) è l’ultima uscita editoriale di Piergiorgio Degli Esposti, membro del Ces.Co.Com., un testo che mira a fare il punto su uno dei paradigma sociali più ricchi di implicazioni per lo sviluppo dell’attuale “società digitale”: il prosumerismo.
Come esplicita lo stesso autore:

“L’obiettivo di questo volume è quello di descrivere ed analizzare il ruolo del prosumer nella società contemporanea, attraverso l’analisi della letteratura e dei principali approcci teorici in materia sociologica.”

Il termine “prosumerismo” deriva dalla crasi dei due lemmi “produzione” e “consumo”, termini il cui significato ha sempre rimandato a due momenti certo strettamente e inestricabilmente correlati seppur cognitivamente separati. Anzi, nello sviluppo delle società moderne i due momenti sono stati contrapposti proprio nei fatti dato che il momento e lo spazio fisico della produzione sono andati progressivamente differenziandosi, proporzionalmente, verrebbe da dire, alla differenziazione sia sistemica che simbolica tra il tempo del lavoro e il tempo dello svago (quest’ultimo in gran parte, se non totalmente, coincidente con il tempo dedicato al consumo).

Il prosumerismo, allora, rimanda a quel fenomeno, empiricamente rilevabile, che riguarda la nuova dinamica che vede collidere e coincidere i due momenti, prima differenziati e contrapposti, ora in maniera inedita sovrapposti e praticamente simultanei. Ciò è possibile soprattutto grazie alle nuove tecnologie della digitalizzazione e di Internet.

“Innegabilmente la crescente digitalizzazione di prodotti e servizi, così come di molteplici aspetti del vivere contemporaneo, muta il rapporto tra consumo e produzione, al punto che il ruolo del prosumer ed il concetto di prosumerismo si pongono come paradigmi interpretativi dil una reltà in transizione. Il fenomeno del prosumerismo nella società digitale diviene sempre più diffuso e pervasivo e,un non trattandosi di un fenomeno storicamente nuovo, presenta caratteristiche specifiche nella società globale, in rete e nella sfera dei consumi.”

L’economia digitale si basa sulla smaterializzazione di quella che è la sua merce precipua, l’informazione, la comunicazione e i servizi, rendendo possibile una diffusione potenzialmente planetaria e istantanea dei contenuti e, soprattutto, permettendo quelle forme ricombinatorie che offrono ampie potenzialità contro-narrative da parte degli utenti e che stanno alla base di una certa apologia libertaria e democratica (spesso addirittura anarchica) della rete. Infatti, proprio l’economia digitale, più che altri settori, permette oggi agli utenti di creare – oltre che consumare – contenuti, in una forma diffusa di “auto-comunicazione di massa” incentrata sulle opinioni, le volontà e i desiderata degli utenti stessi.

Spesso, quindi, vengono sottolineati solo gli aspetti positivi legati alla democraticizzazione dei discorsi e delle narrazioni, oppure agli aspetti più innovativi e performanti della cosiddetta Sharing Economy, senza accorgersi che siamo imprigionati in una serie di utopie neo-tecniche (che l’autore sintetizza nei termini “you-topia“, “brandtopia“, “cyber-topia“, “californication“, “ecotopia“…) che rischiano di delineare quella che si potrebbe forse definire la “falsa-coscienza” dell’era digitale.

“… riteniamo opportuno analizzare gli elementi fondanti della narrazione del prosumer e del processo prosumerista in epoca contemporanea, convinti del fatto che, in gran parte, si possa considerare una narrazione parzialmente costruita dal marketing e da una visione tecno-ottimista che tende eccessivamente ad enfatizzare gli aspetti virtuosi dell’essere prosumer sulle possibilità alienanti o di sfruttamento del lavoro gratuito”

Nel libro di Degli Esposti, il fatto che gli utenti siano (o possano facilmente essere) non più soltanto fruitori (consumatori), più o meno passivi, di prodotti o servizi digitalizzati ma farsi concretamente creatori (produttori) di contenuti, riesce a non mettere in ombra le nuove dinamiche di sfruttamento che il nascente “capitalismo di piattaforma” pone in essere, avvantaggiandosi proprio di quella parte di creazione del valore messa in campo dal prosumer e dalle relazioni in rete.

“… la ‘partecipazione è il petrolio dell’economia digitale’: più condividiamo e commentiamo, più linciamo e valutiamo, più valore economico viene accumulato da coloro che controllano le piattaforme in cui avvengono le interazioni.”

Il lavoro di Degli Esposti indaga ampiamente tutte queste dinamiche, cercando di metterle nella giusta luce, ovvero cercando di essere equidistante tanto da clamori allarmistici, quanto da fin troppo facili acclamazioni acritiche, evidenziando anche le derive di un processo che non riguarda più solo presumer umani, in un futuro (che per molti versi è già presente) che ci vede immersi in un mondo di dispositivi “attenti” (ad esempio gli “smatphons wearable devices” e il cosiddetto “Internet of Things“) che hanno proprio nelle logiche del prosumerismo la loro prima e principale implementazione.


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