Rigenerazione e innovazione: un viaggio nell’accessibilità con il Festival del Turismo Responsabile

16 Jun 2016
autore: Lucia Marciante

Il mio viaggio responsabile, verso la mia Itaca ideale, è nato dalla convinzione che la città è un bene collettivo e che tutti, indistintamente, devono essere in grado di esperirla, senza dover rinunciare a luoghi o spazi di condivisione a causa dell’inaccessibilità. Un’idea che ho imparato a condividere giorno per giorno con amici che, pur non vedendo, tentano di rendere gli spazi ed i luoghi permeabili ai loro bisogni di accessibilità non solo strutturale e architettonica, ma anche culturale e sociale. Un viaggio che ha preso avvio dall’idea condivisa con il Festival del turismo Responsabile (giunto alla sua VIII edizione) e per volontà del suo Presidente Pierluigi Musarò, in collaborazione con il Ces.Co.Com ed il suo direttore Roberta Paltrinieri, l’Unione italiana ciechi e ipovedenti (UICI), l’Istituto dei Ciechi F. Cavazza Onlus, il Museo Tolomeo ed il Museo Anteros.

Durante questo viaggio ho tentato di raccogliere insieme pratiche e riflessioni in tema di turismo e accessibilità. Pensando che se le città sono il bene comune, i suoi abitanti ne sono i destinatari essendo essi i primi turisti ai quali garantire benessere, in una prospettiva inclusiva e di crescita, in un’ottica di empowerment per i soggetti che vivono le città e per la collettività. L’idea, dunque, è stata quella di riflettere sulla centralità delle persone e delle relazioni di qualità. Punto focale è stato pensare non alla disabilità come elemento di arrivo ma alle opportunità e potenzialità di cui dispone ogni individuo di modo che possa usufruire dei diritti e ampliare le proprie scelte di vita, in un’ottica di giustizia sociale. In maniera più ampia e trasversalmente il pensiero conduttore è quello delle capabilities del premio Nobel Amarthia Sen.

A partire da ciò pur riconoscendo l’esistenza di una diversità umana, per cui ogni individuo pur essendo diverso dagli altri nelle proprie caratteristiche personali, sociali, economiche e culturali, ma anche per i funzionamenti a cui dà valore, può compiere scelte per il proprio well-being (benessere). Quest’ultimo è da intendersi in modo più ampio rispetto al più tradizionale welfare o benessere che si misurava sulla base dell’ammontare delle sole risorse materiali. Un well-being che offre alle persone nuove ed effettive possibilità e abilità di azione. Dunque oltre la disabilità, esistono pratiche che offrono un effettivo benessere dando la possibilità all’individuo di scegliere “ciò che fare” o “chi essere” per sé e/o per altri, mettendo in atto la propria facoltà di agire (agency).

Ha avuto così inizio il viaggio nel Festival del Turismo Responsabile per la città di Bologna, con un primo momento di riflessione e confronto durante il Convegno dal titolo “Approcci alternativi all’urbanistica, al patrimonio culturale e museale” che ha coinvolto oltre a cultori ed esperti in tema di accessibilità al patrimonio culturale come Francesco Fratta, Fabio Fornasari, Loretta Secchi, anche studiosi dell’Università di Bologna, quali le professoresse Roberta Paltrinieri e Gaziella Giovannini che da tempo hanno orientano il proprio lavoro di ricerca sui temi del well-being e del welfare culturale.

In particolare la riflessione offerta durante questo incontro pubblico ha posto in luce il welfare culturale, da intendere come un modello condiviso nel quale la cultura assume il significato di bene pubblico indispensabile tanto per il benessere individuale e collettivo, quanto per la vita personale e per l’organizzazione delle relazioni fra i diversi gruppi che condividono uno stesso spazio urbano. Di fatto, è significativo ricordare come l’accesso ai patrimoni culturali quali il teatro, la musica, la pittura e la scultura, le arti in generale, devono mirare alto, soprattutto verso processi di qualità. Mentre ai pubblici è chiesto di tenere alto il fuoco dell’attività artistica, l’orientamento del welfare culturale, che non vuole ingabbiare, ma trovare una prospettiva alla partecipazione ed all’impegno dal basso. Un percorso che va dalla produzione al consumo per cui il patrimonio culturale può assumere la funzione di un’estetica relazionale che passa dalla produzione di oggetti alla creazione di relazioni. In altre parole può ingenerare la creazione di nuovi rapporti nel più vasto meccanismo di relazioni.

L’accessibilità diviene un motore di inclusione ma anche di educazione delle fasce più giovani della popolazione attraverso percorsi esperenziali al patrimonio culturale ed in particolare, come è emerso durante questo specifico incontro, alle strutture museali. Quindi l’esperienza o la “mimesis” ovvero “incarnare qualcosa” possono favorire processi di immersione dei cittadini in grado così di apprendere nuovi orizzonti di conoscenza. Inoltre, proprio l’esperienza favorisce una partecipazione emotiva da cui, anche nel caso di approcci alternativi all’urbanistica, non si può prescindere, da qui si è assunta l’importanza dell’esperienza che ha trovato attuazione nella visita a due musei complementari ma importanti quali Anteros e Tolomeo, per uno sguardo diverso e alternativo sulla città. Due luoghi che nell’ospitare gli sguardi del pubblico hanno favorito una responsabilità (o “crisis”), che è consistita nella capacità di gestire anche dal basso il giudizio o meglio l’integrazione di pratiche necessarie affinché nessuno rimanga escluso dal viaggio nella città, per sperimentare un passaggio che va dall’io al “noi”. Riflettere sui percorsi alternativi, al patrimonio culturale, ha permesso di pensare ad un nuovo modello di sviluppo dei territori locali, dal momento in cui la partecipazione alla conoscenza è un diritto di tutti.

La visione del docufilm “Contatto” di Luca Torrente e con protagonista lo scultore Felice Tagliaferri, ha fatto emergere come le buone pratiche di comunità, attente all’integrazione di tutte le disabilità, contribuiscano alla rigenerazione della città al fine di co-creare un ambiente più vivibile ed inclusivo, in grado di rinsaldare legami sociali, ma anche di agire sull’opinione pubblica al fine di incidere sulla riforma di politiche che favoriscano linee guida in tema di accessibilità. Di fatto le città sono i luoghi in cui spesso si genera la creatività necessaria alla produzione di nuove forme culturali, detto nelle parole di Allen J. Scott, esse funzionano come campi creativi che attraggono e rendono produttivi i portatori di conoscenze. Soprattutto le politiche di rigenerazione urbana risponderebbero ad una richiesta crescente di un consumo di cultura in tutte le sue forme.

Un viaggio appena iniziato e che mi auspico ingeneri nuovi processi di riflessione e di confronto ma anche di azione di tutti gli attori, dai cittadini-beneficiari ai decisori politici. Nella consapevolezza che tali processi di rigenerazione culturale possono agire come attrattori di nuovi investimenti per progetti di rigenerazione e innovazione.


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